Archivio per la categoria ‘Barcelona’

Giorno 6 – Km 1460+qualchealtroapiedi

Quest’oggi esco di casa tardi perchè devo badare il nipotino. Con tutta l’ospitalità e il cibo che mi danno direi che un pò di baby-sittering è il minimo!
Il primo posto dove vado oggi è la Sagrada Familia. Si, ci sono già stato ma ci voglio tornare. Forse ieri non era la giornata giusta per vederla e oggi mi piacerà. Non può essere che una così famosa meta mi deluda in questo modo. Ma quando arrivo poco cambia, penso le stesse cose di ieri.
Una luce migliore e nuvole più belle rendono la vista un pò più piacevole, ma resta sempre un buon caffè rovinato da un cucchiaino di sale.
Anche il posto successivo non mi esalta: il Parque Guell.
Inizialmente doveva essere un parco-città progettato da Gaudì per la famiglia Guell, ma il progetto si rivelò poi fallimentare e fu realizzato solo in parte. Il posto non è brutto, però non fa certo gridare al miracolo.
Già per via dei numerosi prati e alberi qualsiasi parco è bello di per sè , quindi quando uno di questi è persino studiato da un talentuoso architetto ci si aspetterebbe un piccolo luogo paradisiaco, ma così non è. Personalmente ho apprezzato di più il Parque de la Ciutadella, che può vantare luoghi suggestivi ed evocativi. Prima di tornare dai Boliviani faccio un giro per la Rambla e mi diverto a vedere qualche artista di strada: come reagisce quando qualcuno gli da qualche soldo, come si incupisce in volto quando qualcuno va a vedere quanti soldi ci sono nel vaso, come rimane impassibile quando nessuno interagisce direttamente con lui.

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La notte è stata un pò turbolenta causa due bottiglie di whisky finite da tre Boliviani e un Colombiano, ma qualcosa son comunque riuscito a dormire spostandomi in tre stanze diverse durante la notte.
Ho voglia di camminare e tiro fuori dalla tasca la cartina della città che ho diligentemente chiesto ieri a un centro informazioni. Ho una sorta di tragitto mentale da seguire e la prima tappa è la Pedrera. Ovviamente mi perdo, ma ciò non costituisce il minimo problema. Mi godo le vie barcellonensi nel mio stato di beata ignoranza data dalla mia ignota posizione. La cosa che mi ha colpito è la presenza di cupole anche su edifici senza preciso scopo di attrazione che donano sinuosità e qualche metro in più di protensione verso il cielo alle strutture.
Dopo quasi un’ora di senza-meta-vagar riconosco ahimè una piazza e si spezza l’incanto della mia esplorazione, ma mi consolo con qualche famoso luogo della città. Due opere dell’architetto Gaudì, la Pedrera e Casa Batllò, che rispettano in toto la sua riluttanza per le linee rette e l’amore per quelle curve. La Rambla, una lunga via (in realtà sono più vie) piena di sorprese: ammassi di persone che bloccano spesso il passaggio, artisti di strada con sontuosi e curiosi travestimenti, un sexy shop così esageratamente e forzatamente fornito (anche di futuristiche statute) da sembrare un portale per la fantascienza, venditori ambulanti che vendono fischetti ai più piccoli e droga ai più grandi. Spero solo che non si sbaglino mai a consegnare il prodotto.
Alla fine della via si raggiunge il porto, per me una delle zone più piacevoli di Barcellona insieme alla Rambla. Non c’è nulla di particolarmente bello che mi spinge a dirlo. Sarà l’odore di mare che si sostituisce a quello di smog o la vista che mi si presenta: la luna che si staglia chiara e alta nell’azzurro cielo, ancora ben illuminato dal sole, al centro tra la Estatua de Colòn e la Torre de Jaume I.
Estatua de Colòne e Torre de Jaume I
La mia camminata continua e raggiungo prima la Catedral, nel Barrì Gotic (quartiere gotico), e poi la chiesa Santa Maria del Mar. Mi fermo ad osservare l’imponenza di quest’ultima (peraltro luogo centrale di un grande libro di Ildefonso Falcones, “la cattedrale del mare”) e a pensare alla fatica che dovevano fare i bastaixos (scaricatori di porto) nel trasportare il materiale dal mare al luogo di costruzione. E penso anche all’abilità che dovevano avere gli architetti nel passato, che basavano quasi tutta la loro conoscenza sull’esperienza. E penso anche al valore che la chiesa doveva avere per per le persone del tempo, soprattutto per i marinai che la visitavano prima di affrontare le acque. Mi fermo a riflettere su quesiti che scaturiscono dalla visione dell’antico, dal fascino della lontananza nel tempo. Ma presto gli schiamazzi dei turisti mi riportano al ventunesimo secolo e io riprendo il mio percorso. Le gambe sono stanche, ma nella Cattedrale e nella chiesa ho assistito a qualche minuto di messa e la mia anima, ora purificata, è più leggera.
Il Parc de la Ciutadella è incantevole ed è perfetto per la conclusione della giornata: gente che balla, gente che canta, fontana che suona, vegetazione che parla, sole che, tramontando, sussurra.

Una “salata” delusione.

Pubblicato: 9 agosto 2011 in Barcelona

Son le 10 passate quando mi sveglio. Gli altri son già quasi tutti in piedi. Facciam colazione: io mangio latte e caffè con cereali, il nipotino uguale ma senza caffè, Eda mangia pane, tonno, salame e prosciutto. Diverse abitudini!
Quando sono pronto esco di casa e guardo il cielo; Barcellona mi aspetta. E mi sento diverso. Anzi, sono diverso.
Senza lo zaino di sedici di chili sulle spalle sono decisamente diverso! Chissà come si sentirebbe una tartaruga senza il pesante guscio a gravità 9,81 che gli affatica il cammino.
Prendo la metro, direzione Sagrada Familia, felice come uno scolaretto il suo primo giorno di scuola. Spero, e credo, che Barcellona non abbia l’annoiante effetto accademico. Quando arrivo i dubbi che mi avevano assalito durante il tragitto vengono confermati: le gru rovinano estremamente quel capolavoro che potrebbe essere la Sagrada Familia.
Immaginatevi di sentire l’odore del più buon caffè del mondo. Ora immaginatevi di avvicinare le labbra al bordo della tazzina. Non avete ancora sorseggiato lo scuro intruglio, ma vi state già immaginando il piacere che vi donerà. Ora immaginatevi di prendere il primo sorso, ma non è zuccherato. Qualcuno ci ha messo un cucchiaino di sale.
Ecco, ora potete immaginarvi come mi son sentito io quando ho alzato lo sguardo uscito dalla metro.

“Mi casa es su casa”.

Pubblicato: 6 agosto 2011 in Barcelona

Giorno 3 – Km 1.460

La dimora è molto semplice, ma non potevo chiedere di meglio. Mi faccio una doccia, poi mi siedo a chiaccherare con loro per quel che riesco. Si ride molto e loro bevono whisky con ghiaccio. Io questa volta passo, altrimenti divento un vagabondo alcolista.
La zia, Eda, inizia a preparare la cena ed è pronto all’una e mezza e la tavola è imbandita: riso coi piselli, pollo, verdure miste e banane fritte. E non mancano le salse: maionese, ketchup, mostarda e tabasco homemade. “Mi casa es su casa!”, continua a ripetere la zia.
Io mi riempio il primo piatto e appena lo finisco mi dicono di prenderne ancora. La scena si ripete nuovamente. “Servite, servite!”. Finito il terzo piatto ringrazio e dico di essere a posto, ma non c’è nulla da fare: ci pensa la zia a riempirmelo. A cena ultimata son passate le due. I miei occhi chiedono riposo e loro lo vedono. Mi fanno andare a dormire nel loro letto perchè vogliono parlare ancora. Io ringrazio e vado nell’altra stanza, dove sta dormendo anche il nipotino. Mi sdraio; decisamente più morbido e comodo dei sedili dell’autobus!
Alle quattro mi vengono a svegliare e vado a dormire in sala ma mi ricordo poco di questo spostamento, che devo averlo compiuto in uno stato vicino alla fase REM.