Archivio per la categoria ‘Spostamenti!’

Good bye Bologna, again!

Pubblicato: 14 dicembre 2012 in Spostamenti!
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Era un placido giorno di primavera quando proposi alla mia ragazza, Ester, di andare un anno in Australia e la risposta fu:
“Ma te sei matto!”
Decisi di non insistere, ma a quanto pare l’idea le era piaciuta perchè qualche giorno dopo fu lei a dirmi: “andiamo in Australia.”
Così le proposte diventarono pensieri concreti e i pensieri concreti diventarono biglietti d’aereo.
Con la filosofia di pensiero del “già che ci siamo” (una famosa filosofia della branca del “già che…”, come la tipica “già che sei in piedi”) comprammo non uno, ma tre biglietti: Roma-Mumbai per il 9 dicembre, Hyderabad-Giacarta per il 19 e Giacarta-Perth per l’11 gennaio.

Quando abbiamo deciso di partire, dicembre sembrava lontano… e lo era anche!
Ma siccome il tempo passa inesorabilmente il giorno è finalmente arrivato.

8 dicembre – 6.30pm
Innumerevoli volte siamo passati per la stazione di Bologna, ma questa è stata diversa.
Non c’erano solo sconosciuti o qualche amico a prendere il treno insieme a noi, ma c’erano amici e genitori a salutarci.
Due ore e venti su un frecciarossa per Roma sarebbero state le prime di un lungo viaggio.
Arrivati a Roma dopo qualche piantino e svariati cioccolatini abbiamo incontrato Ralph (un Filippino che mi aveva ospitato a Chiang Mai in Thailandia e che sta ora a Roma) che ci ha accompagnati a casa sua; entrare non è stato facile visto che otto altri Filippini stavano giocando a carte su dei tavolini nel corridoio d’ingresso.

9 dicembre – 3.50pm
Dopo un interminabile fila ai controlli dell’aeroporto siamo riusciti a salire sull’aereo. L’emozione era tanta, ma anche le ore di volo che ci aspettavano non erano poche.

10 dicembre – 9:30am
Dopo un interminabilissima fila all’immigrazione siamo riusciti a uscire dall’aeroporto.
Mumbai, siamo arrivati.

Solo un battito d’ali.

Pubblicato: 30 dicembre 2011 in Spostamenti!, Sudamerica!

Cento giorni in Sudamerica. A ripensarci ora mi sembra tutto passato in un batter d’occhio.
Anzi no, in un battito di ali di farfalla. Quel famoso battito d’ali in una parte del mondo che scatena un uragano in un’altra parte del mondo. Un’uragano di esperienze scaturite da miriadi di cose, piccole e grandi.
I viaggi in autobus, corti e lunghi.
Le persone conosciute, approfonditamente o di sfuggita.
I brindisi e le feste.
Lo spagnolo.
Gente che mi ha aiutato, gente che ho aiutato.
La pasta Tarterini che qualche latino ha avuto la fortuna di gustare.
I buonissimi piatti tipici che io ho avuto la fortuna di gustare.
Le riflessioni, il buonumore e il malumore.
I paesaggi, le case, gli ostelli.

Solo parole per voi.
Facce, odori, sapori, sensazioni e sentimenti per me.
Sudamerica: un battito d’ali, un uragano.

5/11/2011 – Giorno 95
Ore 22

Ora sono in Bolivia su un treno diretto a Uyuni. E ripenso al paese che ho appena lasciato, ovvero l’Argentina.
Non ho visto il sud (la così chiamata “Terra del fuoco” nonostante sia ricca di ghiacciai) perchè andare anche là mi avrebbe costretto a un traggito estremamente lungo che mi avrebbe portato in un punto lontano da tutto; ma da Buenos Aires verso il nord fino ai confini di Brasile e Bolivia ho avuto modo di conoscere molta gente e vedere molti posti.
E devo dire che la differenza tra nord e centro è davvero notevole.
Fortunatamente, perchè Buenos Aires e Cordoba sono troppo di stampo europeo e per quanto belle non hanno nulla di realmente particolare. Anche uscendo dal centro di queste due città non ho incontrato nulla che mi abbia eccitato: certo, i posti son più “sudamericani”, ma restan fortemente mitigati dall’ex-influsso coloniale.
Tutto ciò non toglie però nulla ai bei momenti che ho passato con le persone che ho conosciuto in queste due città.
Il nord invece è tutta un’altra storia: gente scuretta dai forti tratti latini, città abbastanza caratteristiche, paesini minuscoli e paesaggi spettacolari fuori dalle città. E la cosa ancor più bella è che quest’ultimi cambian sempre continuamente: da distese desolate di nulla, a luoghi aridi ricchi di cactus giganti, a montagne di roccia colorata.
E spero che anche la Bolivia mi riservi piacevoli sensazioni.
Fin da prima della partenza è il paese sudamericano che mi attira di più. Non per precise mete, bensì per il semplice fatto che è il più povero, il più snobbato, il meno visitato. E in situazioni del genere, le tradizioni del paese sono solitamente forti.
Passata la frontiera stamattina il benvenuto non è stato affatto male: è giorno di festa e per alcune strade gruppi di bambini, ragazzi e adulti camminavano suonando e ballando, vestiti con abiti puramente boliviani e dai coloro sgargianti!
Mucho gusto Bolivia!

Ci sono delle volte che mi scordo totalmente del fatto che sto peregrinando per il mondo e tutto mi sembra normale, ordinario.
Poi qualche situazione o qualche visione particolare mi ricatapulta nel paese dove sono e realizzo quello che sto facendo. Mi è capitato varie volte ed ultimamente alla partenza da Rio.

In compagnia di un australiano che è venuto con me sono andato alla stazione degli autobus, ho comprato il biglietto e son salito sul mezzo. Da sottolineare la grande comodità dei sedili, morbidissimi e molto reclinabili.
Il viaggio non era troppo lungo, ma neanche cortissimo. Due ore e mezza… perfetto per un film!
Ho preso fuori il computer e l’ho appoggiato sulle gambe, poi ho aspettato la partenza chiaccherando col mio temporaneo compagno di avventure. Il tutto completamente ignaro del fatto che ero in Brasile e che uscivo da Rio de Janeiro per la prima volta.
Semplicemente sovrappensiero, inconscio del fatto che lo spostamento sarebbe stato interessante tanto quanto farlo, per dire, camminando. Non è come essere all’interno di un aereo che (ad eccezione di decollo, atterraggio e pochi altri momenti) la vista è sempre la medesima: sali ad alta quota, il tempo sembra fermarsi e dopo qualche ora ti ritrovi trasportato in un altro luogo, senza aver effettivamente visto quello che si è attraversato via terra.

Il film era partito appena usciti dalla stazione; non al computer, ma fuori dall’autobus. Il finestrino era lo schermo, il paesaggio la scena.
Immense distese di verde foresta atlantica su terreno piano e monti, ogni tanto qualche casetta nascosta tra la vegetazione, ogni tanto qualche villaggetto con molte cose in comune con le favelas di Rio.
Arrivati a destinazione il computer era ancora nella stessa posizione: appoggiato sulle gambe, spento e chiuso.

Ho sempre odiato la burocrazia in tutte le sue forme, ma dopo quaranta giorni di “selvaggio” vagare me n’ero quasi dimenticato. E la compagnia aerea che ho preso per il Brasile, Iberia, mi ha colpito duramente alle spalle, intanto che avevo la guardia abbassata.
Quando sono andato per comprare il biglietto per Rio de Janeiro mi sono informato circa la necessità di un visto per entrare nel paese e ho trovato su siti ufficiali, ben in evidenza: “per i cittadini italiani non è necessaria la richiesta del visto”.
“Ottimo”, mi sono detto. Ma la dolce signora allo sportello di Iberia, quando sono andato per prenotare un biglietto di sola andata per Rio de Janeiro, mi ha detto che se non possedevo un biglietto di uscita dal paese, al momento della partenza, non mi avrebbero fatto imbarcare sul volo. Ma io non ho la minima intenzione di uscire dal Brasile in aereo, voglio farlo via terra.
Abbattuto sono tornato a casa e ho iniziato a cercare la soluzione al problema meno dolorosa: e dopo ore di cruccio, ho trovato un compromesso che mi andava quasi bene. Prenotare un autobus di uscita dal paese, anzichè un’aereo: così facendo purtroppo avrei dovuto rispettare la data della prenotazione e essere nella città di partenza in un preciso giorno, ma se questi erano i termini per andare in Brasile senza uscire tramite aereo, potevo accettarli.
Il giorno seguente son tornato in aeroporto: 2,2 km di passo saltellante sotto al sole.
Mi son diretto allo sportello Iberia e la signora era la stessa: le ho esposto la mia soluzione, lei ha chiamato il responsabile al telefono e, prima di riattaccare, mi ha guardato e ha scosso la testa. “A bus ticket is not ok, you need a plane ticket.” In poche parole mi stava dicendo che ero obbligato ad avere un biglietto AEREO di uscita dal paese o non mi facevano andare.
Ma io non mi son dato per vinto. Dovevo trovare una soluzione e son tornato a casa: 2,2 km di passo abbattuto sotto al sole.
Dopo ore di ricerca su internet, ho trovato qualche persona su un forum che aveva dovuto fronteggiare la stessa, idiota situazione.
E ce l’aveva fatta effettuando una prenotazione di un volo, senza pagarlo subito, dicendo al momento dell’imbarco che avrebbe confermato il volo, versando i soldi, una volta arrivato.
E’ una tattica pericolosa e non è detto che funzioni. Molte variabili sono in gioco per la riuscita del piano: stupidità/benevolenza/lascività degli addetti al check-in, convinzione/recitazione/faccia-da-duro di me al check-in.
Comprato il volo di sola andata (con inevitabili giorni di ritardo rispetto a quel che volevo) e effettuata la prenotazione fittizia, mi son presentato alle 6:30 all’aeroporto.
Ho fatto la fila e, arrivato il mio turno, ho porto sorridente biglietto e passaporto.
“Can you show me the return ticket please?”
“I’m Italian, I don’t need the visa.”
“You have to own a return ticket, so please show me that.”
“Ok, just a moment.” E ho tirato fuori dallo zaino la prenotazione del biglietto di uscita dal paese, Rio de Janeiro-Buenos Aires.
“Oh, I’m sorry but you need a ticket to come back in Europe. This is not ok.”
Cosa cosa cosa? Dopo essermi accertato più volte che sia sufficiente un biglietto DI USCITA, mi vien detto al check-in, meno di due ore prima del volo, che mi serve necessariamente un biglietto di ritorno IN EUROPA?
Non avevo nessun arma pronta per questo contrattacco e dovevo inventarmi in fretta qualcosa, senza tentennare.
“I spoke with the brazilian ambassador yesterday and he said this is ok. A ticket just to go away from the country is ok.”
“Ah…Ok then, you can pass”.
E con un gancio ho steso al tappeto la burocrazia dell’aeroporto di Lisbona. Senza un vero biglietto di uscita e/o ritorno dal Brasile.
Ma so che l’incontro non è finito. La burocrazia si rialzerà prima o poi, per fronteggiarmi in un altro round.

Sull’aereo per Rio!

Pubblicato: 14 settembre 2011 in Portogallo, Spostamenti!

Giorno 42 – ore 12:30 (fuso brasiliano)

Ora sono sull’aereo per Rio de Janeiro e mi aspettano altre cinque ore di volo. Guardo fuori dal finestrino e la vista è bellissima. Oceano blu e bianche nuvole. Sono decisamente di buon’umore: dieci ore su un aereo posson sembrare tante, ma non lo sono affatto: non mi preoccupano e non mi pesano. Dieci ore sono tante quando si vive sotto l’implacabile giurisdizione del frenetismo quotidiano, ma a me nulla corre dietro, nulla mi fa fretta. E il tempo ha assunto differenti valenze da quelle che aveva prima della mia partenza. *Fine divagamento da riflessione aerea*

Il motivo della temporanea interruzione di aggiornamento del blog è che mi ero accasato a Lisbona. Non accasato accasato, solo temporaneamente. Ho fatto una decina di giorni di vita da sedentario quasi routinaria, al posto di quella da nomade itinerante.
L’unica differenza da quando ero a Bologna è che ero a nella capitale del Portogallo e non nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. E che ero ospitato da due fratelli e una sorella, tutti giovani e delle gran persone. E che nel loro appartamento ospitavano un sacco di gente. Precisamente, nel giro di dieci giorni, undici tedeschi, tre italiani, una neozelandese, un’australiana, una finlandese, una polacca, due croate e un malesiano. Un sacco di gente.
A pensarci bene, non è proprio come quando ero a Bologna! Però dopo qualche giorno fermo nello stesso posto mi abituo in fretta alla situazione e, per quanto sia stato bene in quella casa, non avevo la spinta del fascino della novità.
Ripeto, stavo molto bene, ma non sentivo la “pulsione” di raccontare.
Lisbona è una bella città ma in quanto metropoli, per via della grande e veloce espansione, ha perso le peculiarità culturali del paese che riescono a mantenere città più piccole. Mi ricordava un pò Roma in certi punti, in altri Madrid. E’ quello il brutto delle grandi città, si assomigliano un pò tutte. Per lo meno in Europa.
Ma non fatevi un’idea sbagliata, Lisbona è una bella città, dico solo che appare “meno portoghese” di altre.
Le cose successe in tutte questi giorni sono tante e non posso raccontarle tutte, ma elencherò solo quelle che mi sono piaciute di più:
– far baldoria ogni notte fino alle due, nell’atmosfera cosmopolita che quella casa poteva offrire;
– la torre di Belèm, una torre che sembra uscita da una fiaba medievale, bagnata su un lato dal fiume Tejo. E’ davvero un bel monumento e doveva esserlo ancora di più tempo addietro quando, con lo scopo di difendere il porto di Lisbona, si ergeva imponente sul fiume, bagnata dall’acqua da tutti i lati;
– il caratteristico tram 28 a corrente: oltre a essere uno dei simboli della città, è anche divertente farci un giro. Ma non alla classica maniera, pagando e sedendosi, bensì stando fuori tenendosi aggrappati alla porta e godendosi il tour, rinfrescati dalla brezza del vento;
– il paese di Sintra: si raggiunge in poco più di mezz’ora di treno dal centro di Lisbona ed accoglie, a mio parere, la meta più bella di Lisbona e dintorni: la “Quinta da Regaleira”. La Quinta da Regaleira è una tenuta dotata di parco, laghetti e grotte. Detta con semplici parole non sembra presentare nulla di così interessante, ma è un posto veramente peculiare. Il palazzo, finemente scolpito, è ricco di raffigurazioni cariche di simbolismo, esoterismo e mitologia.
Il giardino, più curato in basso e più selvaggio man mano che ci si addentra, è così suggestivo che fa dimenticare di essere vicini ad un paese moderno. Sembra di essere all’interno di un film Disney. E l’atmosfera fiabesca si fa più intensa quando si giunge a delle grotte che si insinuano nella montagna. Sono buie e ciò suscita domande su cosa si possa nascondere all’interno. Ma facendosi coraggio e percorrendo i rozzi cunicoli, si intravede dopo qualche decina di metri uno spiraglio di luce. Si aumenta il passo e ci si ritrova, nel mezzo del colle, nel fondo di un pozzo che si innalza di 30 metri, fino a raggiungere la superficie. Una scala a chiocciola permette di risalirlo ma, a metà della scalata, un’altro percorso si insinua nella roccia e non si riesce a vincere la curiosità di sapere dove porta. E nella costante esplorazione si continuano a trovare nuovi percorsi che portano a punti differenti del parco. Ma avendoli raggiunti tramite buie cave ed avendo perso totalmente la cognizione spaziale non si ha la minima idea di dove ci si trovi, rendendo il tutto magico e misterioso.

Penso che la principale spinta dell’esploratore sia l’ignoto. Un ignoto che lo eccita e lo spaventa allo stesso tempo. Ma non è paura e eccitamento di quello che pensa di trovare, bensì tutto il contrario. Il timore e il fervore di quello che NON SA di trovare. E’ un pò come il diverso, “l’alieno”, che suscita spavento nell’uomo, ma allo stesso tempo una forte attrazione. E spesso il “diverso” è tale solo perchè nuovo e non conosciuto.
Ci si rapporta col mondo esterno, animato o inanimato che sia, in base alle conoscenze che si possiede già, e quando si incontra qualcosa di non conosciuto, che non si riesce a rapportare alle passate esperienze o che non risponde ai soliti canoni, è in quel momento che divampa la sensazione che sto cercando di spiegare.
E ora la sto provando, simile a quella di quarantadue giorni fa, quando mi son chiuso la porta di casa alle spalle non avendo la minima idea di cosa sarebbe successo in quella giornata, in quella settimana e in quelle a seguire.

Mai avrei detto che passare la notte in una stazione di servizio sarebbe stato così difficile.
Mi approprio di un tavolo, appoggio gli zaini usando quello piccolo come cuscino, appoggio la testa e chiudo gli occhi.
Ma sebbene senta la stanchezza, il torpore del sonno non mi cattura.
E per un’ora cerco di non muovermi e di rilassarmi, ma non ottengo il minimo risultato.
Non tanto per la posizione, che seppur scomoda e non idonea per il riposo non è un grande ostacolo.
Ma, in ordine di importanza:
– la fame;
– il trambusto di gente che entra ed esce dal bar;
– la tv in spagnolo a volume sparato;
– LE MOSCHE.
“MOSCHE” scritto rigorosamente in maiuscolo, perchè sono loro a rendermi la notte un inferno. Nugoli di diavoli volanti che continuano a tormentarmi. Senza sosta. E sarei anche curioso di sapere cosa cerchino. Forse glielo si potrebbe dare, per ottenere un pò di pace.
E le ore passano lente quando non si ha nulla da fare, si ha sonno, non si riesce a dormire, si è inchiodati in un posto e l’umore continua a peggiorare.

Così, ore dopo, appena vedo che il cielo perde il colore scuro della notte esco a vedere il sorgere del sole.
E qua il mio umore, dapprima vicinissimo al suolo, se non sotto di esso, arriva a toccare l’empireo. Dozzine di mucche mi pascolano davanti. Luci e nuvole spettacolari continuano a giocare tra di loro man mano che il sole si alza dalla linea dell’orizzonte. E la manifestazione naturale diventa sempre più incantevole.
Mancano ancora più di cento minuti alla mia partenza in compagnia del camionista portoghese, ma non è un problema.
Il sole mi ha davvero illuminato la giornata.