10 dicembre – 9.30am
Finita l’interminabilissima fila dell’immigrazione e usciti dall’aeroporto, palme e caldo ci danno il primo benvenuto. SAM_4311
Una piccola schiera di indiani che ci avvicina ripetendo “Taxi? Taxi?” ci dà il secondo benvenuto, dopodichè andiamo da una vecchina che siede vicino a qualcosa che può ricordare uno stand con un telefono per chiamare Sidharth, un indiano che avevo contattato su couchsurfing e che aveva detto ci avrebbe ospitati. Sfortunatamente (come abbiamo poi scoperto) ci aveva erronamente dato il numero sbagliato e ci ritroviamo quindi a non sapere dove andare, nè a come farlo visto che il buon Sidharth aveva detto che sarebbe anche venuto a prenderci.
Intanto che stavamo pensando a come fare e chiedendo alla gente come raggiungere il centro in autobus, ci avvicina un tipo proponendoci di andare in un hotel a Juhu Beach (dove vive anche Sidharth) per 2300 rupie, free transportation: quasi 17€ a testa non sono affatto pochi per essere in India, ma contando che Mumbai è costosa, che abbiam dormito poco e niente e che l’Ester non è del tutto tranquilla accettiamo.
In meno di cinque minuti arriva un suo “collega” in macchina che ci carica e ci porta fuori dall’aeroporto.. e l’impatto con Mumbai è tutt’altro che privo di particolarità.
Un traffico allucinante e sregolato domina le strade e un concerto di clacson ne esalta il rumore: la cosa inizialmente ci diverte assai, ma presto la nostra attenzione viene assorbita da quel che vediamo ai bordi delle strade.
Già durante l’atterraggio avevamo visto delle baraccopoli, ma passarci a fianco è un’altra cosa: bambini vestiti di stracci e ovviamente scalzi vagano nel loro cortile, il bordo strada. Altri giocano nudi nel rusco sotto l’attenta supervisione di cani randagi per nulla in forma.

Baracche a bordo strada, Mumbai

Baracche a bordo strada, Mumbai


Nonostante siamo assorbiti da quel che si para davanti ai nostri occhi ci accorgiamo che l’autista, dopo aver accostato per rispondere a una telefonata, inverte il senso di marcia e si ferma dopo poco davanti a un hotel, probabilmente a meno di un chilometro da dove eravamo partiti; ci guardiamo increduli, scendiamo e ci mostrano la camera. Non è neanche terribile, ma fermarci a due passi dall’aeroporto è fuori discussione.
Intanto che autista e proprietaria dell’hotel continuano a farci altre proposte ce ne andiamo e chiediamo a qualche taxista di portarci a Colaba, la zona sud di Mumbai dove si concentrano le cose più belle da vedere e la maggior parte degli alloggi. Inizialmente ci chiedono 1500 rupie, ma ne troviamo in fretta uno che accetta per 500 (circa 7 euro).
Il viaggio fila liscio e fortunatamente il degrado diminuisce pian piano, senza scomparire ma dando spazio ad affascinanti strutture.

Dopo aver pagato il taxista con tanto di mancia per via dell’ingente traffico che aveva dovuto attraversare ci avvicinano due tipi: un piccoletto con la faccia simpatica e un’altro con due occhi da tossico e i piedi pieni di muffe, letteralmente.
“Chocolate? Chocolate?” continuano a ripetere.
“Yes, it’s tasty…” rispondo io.
“Chocolate?” continuano a chiedere, ma questa volta aprendo la mano e mostrando una busta di hashish. Dopo aver capito cosa intendevano e avergli detto che non ci interessava, propongono di portarci in un hotel.
Nel primo rifiutiamo proprio di entrare viste le condizioni, il secondo invece è bellino. Non ha finestre, la camera è piccola e ha un odore di indiano mescolato a fumo.
Costa 1500 rupie a notte (21€), ma abbiamo bisogno di un letto e di un posto dove lasciare gli zaini: accettiamo.

La camera di Mumbai.

La camera di Mumbai.

Dopo qualche minuto di riposo usciamo anche se siamo spossati e… le cose da dire sono tante quante le parole di questo articolo, quindi per i curiosi che lo han letto tutto, non perdetevi il prossimo!

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Good bye Bologna, again!

Pubblicato: 14 dicembre 2012 in Spostamenti!
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Era un placido giorno di primavera quando proposi alla mia ragazza, Ester, di andare un anno in Australia e la risposta fu:
“Ma te sei matto!”
Decisi di non insistere, ma a quanto pare l’idea le era piaciuta perchè qualche giorno dopo fu lei a dirmi: “andiamo in Australia.”
Così le proposte diventarono pensieri concreti e i pensieri concreti diventarono biglietti d’aereo.
Con la filosofia di pensiero del “già che ci siamo” (una famosa filosofia della branca del “già che…”, come la tipica “già che sei in piedi”) comprammo non uno, ma tre biglietti: Roma-Mumbai per il 9 dicembre, Hyderabad-Giacarta per il 19 e Giacarta-Perth per l’11 gennaio.

Quando abbiamo deciso di partire, dicembre sembrava lontano… e lo era anche!
Ma siccome il tempo passa inesorabilmente il giorno è finalmente arrivato.

8 dicembre – 6.30pm
Innumerevoli volte siamo passati per la stazione di Bologna, ma questa è stata diversa.
Non c’erano solo sconosciuti o qualche amico a prendere il treno insieme a noi, ma c’erano amici e genitori a salutarci.
Due ore e venti su un frecciarossa per Roma sarebbero state le prime di un lungo viaggio.
Arrivati a Roma dopo qualche piantino e svariati cioccolatini abbiamo incontrato Ralph (un Filippino che mi aveva ospitato a Chiang Mai in Thailandia e che sta ora a Roma) che ci ha accompagnati a casa sua; entrare non è stato facile visto che otto altri Filippini stavano giocando a carte su dei tavolini nel corridoio d’ingresso.

9 dicembre – 3.50pm
Dopo un interminabile fila ai controlli dell’aeroporto siamo riusciti a salire sull’aereo. L’emozione era tanta, ma anche le ore di volo che ci aspettavano non erano poche.

10 dicembre – 9:30am
Dopo un interminabilissima fila all’immigrazione siamo riusciti a uscire dall’aeroporto.
Mumbai, siamo arrivati.

C’era cento giorni fa un viaggiatore che tornava nella sua città natale.
Cento giorni, come quelli che aveva passato nel meraviglioso Sud America.
Altri quarantadue ne aveva passati in Europa prima di arrivarci, altri cinquantotto ne avrebbe passati poi nell’incantevole Asia prima di ritornare nel continente da cui era partito.
Un’altra settimana prima di tornare nella città da cui era partito. Un altro giorno prima di tornare nella casa da cui era partito.

Dopo 208 giorni tornava dai propri amici, dalla propria famiglia, dal proprio letto, dalla propria camera, dalla propria ragazza. Un sacco di cose proprie insomma.
Dopo sette mesi tornava nel mondo in cui aveva vissuto i primi 19 anni della sua vita.

Quante cose da dire, quante da raccontare, quante su cui discutere. Eppure questo viaggiatore fa passare cento giorni prima di mettere questi pensieri per iscritto. E i cento giorni sembrano non bastargli, perchè continua a far passare i minuti pensando a cosa scrivere perchè le cose son molte, a come dirle perchè spiegarle può non essere facile, a in che ordine dirle perchè ordine non hanno, ma son tutte ben legate da un sottile filo invisibile.

A questo punto rilegge le parole che ha messo sul bianco. “Mamma mia quanto sono smielato.”
Ma sono parole che gli escono dal cuore. Pensa prima di scriverle, ma sono proprio quelle le uniche giuste.

Il viaggio gli è piaciuto tanto. Lo ha fatto divertire, gli ha fatto capire tante cose, lo ha fatto emozionare.
Anche tornare gli è piaciuto. Lo ha fatto divertire, gli ha fatto capire tante cose, lo ha fatto emozionare.
Però forse viaggiare gli è piaciuto di più perchè già sta pensando di ripartire.

Continua a riflettere prima di scrivere e capisce una semplice cosa: non può riassumere sette mesi di sensazioni, impressioni ed esperienze in un unico articolo.
Quello che dovrebbe fare sarebbe riempire intere pagine e si immagina con una penna (e non una biro, una vera e propria penna con tanto di inchiostro e calamaio) a lume di candela, intento nel racconto della propria avventura. Lo farà? Non lo farà? Probabilmente non lo farà con una penna, ma potrebbe farlo battendo dei tasti.
Per il momento ringrazia tutte le persone che lo hanno seguito sul blog, mentre sospirando tra sè e sè sussurra: “alla prossima avventura”.

Uscendo da Bangkok molti posti sembrerebbero surrealmente calmi, ma a Sangkhlaburi la quiete è realmente reale.
Un piccolo villaggetto vicino al confine col Myanmar, anch’esso parte di uno di quei tanti posti che ho incontrato dove pare che la gente non debba fare nulla se non rilassarsi.
Passeggiando, le persone con cui incrocio lo sguardo mi sorridono. Non quei sorrisi stampati, i cosidetti “fixed smiles”.
Son sorrisi spontanei per il piacere di sorridere.
Lungo la via un gruppo di bambine gioca con l’hula hoop.
Poco più in là qualche ragazzo gioca a una sorta di pallavolo acrobatico con piedi e testa. C’è anche uno straniero tra loro: due giorni dopo mi darà un passaggio in motorino, raccontandomi che stava viaggiando ma si è innamorato del posto e ha deciso di fermarsi per sei mesi.
Proseguendo la lenta esplorazione arrivo al fiume, vicino al quale dei bambini corrono qua e là, senza apparenti mete; la madre poco più in là dorme tranquilla sotto all’ombra di un banano.
In lontananza si vede un ponte, il più lungo in legno della Thailandia.
Cerco di individuare qualche ragazzo che si sta tuffando, ma niente. La calma pare regnare sovrana ovunque.
Abbandonarsi felicemente ad essa è l’unica, pacifica, soluzione.

Credo proprio che “crazy” sia l’aggettivo giusto per descrivere Bangkok, capitale della Thailandia.
Anche se ho gia’ parlato del traffico di Bangkok nell’ultimo post, ritengo necessario raccontare altre cose per la sua particolarita’.

Roma: meno di 3 milioni di abitanti, poco piu’ di 2000 abitanti per chilometro quadrato. Ora cercate di richiamare alla memoria come sono la’ le strade (se siete stati a Roma) oppure fate un piccolo sforzo con l’immaginazione.
Bangkok: piu’ di 9 milioni di abitanti, quasi 6000 abitanti per chilometro quadrato.
Ora cercate di immaginare le strade di questa citta’ che ha il triplo degli abitanti e della densita’ di Roma.
Ma non e’ ancora finita, siamo a meta’ della ricostruzione mentale!
A questo punto moltiplicate per quattro i motorini, duplicate i taxi (alcuni legali e alcuni non), una spruzzata di tuk-tuk qua e la’, e, ciliegina sulla torta, immaginate che ci siano molte poche regole.
Se volete fare del vostro meglio, aggiungete anche questo particolare: quando qualcuno taglia la strada ad un altro o fa comunque qualcosa di sbagliato e pericoloso, difficilmente la gente suonera’ il clacson. Per il semplice motivo che nella cultura orientale e’ spesso radicato il pensiero di “non perdere la faccia” e suonando il clacson ci si esporrebbe troppo.
Il premio “veicolo no global” e’ vinto senza dubbio dal motorino. Caricare tutta la famiglia per andare a fare la spesa, circolare sul marciapiede per evitare il traffico…. tutto nella norma.

Altro elemento degno di nota e’ il mercato. Generalmente nei paesi dell’Asia, cosi’ come del Sudamerica, amo i mercati.
Non sono come quelli in Europa, un po’ grigiastri e perlopiu’ animati da nonne che comprano calzetti per i nipotini, guardano le cuffie per capire come farne una all’uncinetto per l’amica Bruna che è tanto che glielo chiede e vanno infine alla bancarella delle pentole per comprarne una nuova che hanno bruciato la settimana prima, ma cambiano idea quando vedono il prezzo e si dicono che quella pentola non e’ poi cosi’ necessaria.
I mercati qua sono colorati, a volte bizzarri, ma soprattutto pieni di vita.
Il weekend market di Bangkok e’ immenso e, con la giusta pazienza, credo si possa trovare di tutto. Quando mi sono imbattuto in una bancarella che vendeva cavallette e vermi fritti le barriere culturali si sono fatte strada nella mia mente, impedendomi di provarli… per quel momento!
Poco lontano un gruppo di persone erano concentrate nell’osservazione e nell’incitamento di due polli che stavano combattendo in una sorta di arena.
Se si e’ invece interessati all’acquisto c’e’ l’imbarazzo della scelta tra artigiania, indumenti o animali… si vocifera che in questo mercato sia possibile anche comprare delle tigri.

Quando si parla di Bangkok e’ imprescindibile pensare alla prostituzione: e’ ben presente (nonostante sia illegale) e ci sono intere strade che di notte si animano di donne pronte a soddisfare i piaceri dei turisti… con la giusta merce di scambio, ovvero i soldi.
Molto comune e’ anche il cosidetto “massaggio con happy ending”, solitamente fatto nei centri di massaggi delle strade piu’ turistiche.
In sedici giorni in Thailandia ho conosciuto parecchie persone e posso dire che il turismo sessuale (non nella stretta accezione di persone che vengono qua unicamente per questo, ma in senso più lato) e’ effettivamente molto diffuso.
Direi che un buon 80% di quelli che ho conosciuto ha… “usufruito del servizio”.
Voglio precisare che il massaggio tradizionale thai non ha nulla a che fare con questo, ma è di solito dopo un “oil massage” che la massaggiatrice aumenta il suo stipendio facendo felice il “falang” (“straniero” in Thailandese).

A Bangkok mi son fermato quattro giorni e mezzo per il fatto che ci tornero’ ad ogni modo dopo essermi girato Thailandia, Laos e Cambogia, ma per essere una grande citta’ resta un bel posto dove fermarsi per un po’. Ma come sempre succede in paesi come questi bisogna uscire dalle capitali per vedere la cultura più autentica (o come minimo, meno influenzata da quella occidentale). E soprattutto bisogna andare un pò verso nord perchè qua fa troppo caldo!

06/01/2012
Son le 10:45 quando prendo l’aereo Hong Kong-Bangkok. In realta’ l’aereo parte fortunamente in ritardo, permettendomi di non perderlo.
Se vi capita di girare per l’aeroporto con un sorrisino beato pensando di avere tutto il tempo del mondo, controllate se e’ effettivamente vero.
Atterro alle 13 a Bangkok (con un sorriso ancora piu’ beato di quello di prima) e mi dirigo verso il centro: i numerosi alberi e spazi verdi nell’area vicino all’aeroporto non tardano a trasformarsi in numerosi e rumorosi veicoli quali macchine, moto e tuk-tuk (tipici taxi thailandesi a tre ruote).
A Bangkok son ospitato da un ragazzo e intanto che aspetto di incontrarlo, dopo aver comprato qualche banana per placare la fame, mi siedo con dei mototaxisti. Scambiamo qualche sorriso e uno di loro prende coraggio e mi chiede da dove vengo. Dopo avergli risposto gli chiedo come si chiama, ma mi guarda confuso. Capisco in fretta che “where you come from” son le uniche parole di inglese che conosce e la corta conversazione, se cosi’ si puo’ chiamare, continua a gesti, risate e sorrisi.
Nel frattempo per la strada gli intrattenimenti non sono pochi, soprattutto da parte dei veicoli a due ruote. Intere famiglie su un’unico motorino, molti pochi caschi… ma il mio preferito rimane il padre con i tre figli, i quali nel frattempo stanno tranquillamente mangiando qualcosa da delle ciotole.
Gia’ dalle prime ore capisco di essere in un posto estremamente diverso dall’Europa, nonche’ dal Sudamerica. E so che il sud-est asiatico non deludera’ le mie (seppur alte) aspettative.
Il benvenuto e’ stato bello caldo (nel vero senso della parola!), rumoroso e interessante. E, ancora una volta, sono carico.

Hong Kong è una bella città, mi piace. E’ un buon mix tra modernità e tradizione. Nel centro di Hong Kong Island sembra di essere in un film di fantascienza. Ci si aspetta che salti fuori una macchina volante da dietro un grattacielo da un momento all’altro. Ma per ora non è ancora successo.
Spostandosi in altre zone, come alcune aree di Kowloon, l’atmosfera si fa decisamente più cinese: odore di cibo per qualsiasi strada, insegne con ideogrammi che quasi si accavallano l’uno sull’altro, strade costantemente affollate sia da persone che da macchine, taxi e minibus.
(Se vi state creando delle immagini mentali, createle rigorosamente di notte… è col buio che Hong Kong “si illumina”, letteralmente e metaforicamente!)
Generalmente Hong Kong è una città cara, ma mangiare può essere economico se si fa affidamento allo street food. La scelta è tra numerose varietà di spiedini, noodles (per chi non li conoscesse, si immagini degli spaghetti alla cinese!) o qualcosa di più sofisticato come dei ravioli ripieni di un qualche pesce.
Io perlopiù mi butto sui noodles, di solito molto appetitosi, anche se mi piace provare comunque più cose possibili. Se ve lo state chiedendo, nessun cane o gatto è servito… almeno non esplicitamente!
Anche i templi non mancano, alcuni buddisti e altri taoisti. Davvero molto diversi tra loro! Io son incuriosito e gironzolo meravigliato… sono i miei primi templi! Ma Giedrius, un ragazzo lituano che è con me, è abbastanza indifferente. Ha già passato vari mesi in Asia e mi dice che questi non sono nulla di particolare. Il che è una buona notizia, visto che già mi piacciono! Non vedo l’ora di vedere “i migliori”.
In un isola vicino ad Hong Kong Island è anche presente un Buddha gigante… che, situato in cima alla collina, pare osservi tutta l’area circostante! Bello, ma molto turistico. Anche questa volta Giedrus mi dice che c’è di meglio… e anche questa volta, buon per me!

Nonostante tutto Hong Kong è perlopiù una città da visitare e poco più… qua mi sento un turista, non un viaggiatore!
Ho già prenotato un volo per il 6 gennaio, direzione Bangkok. Il sud-est asiatico è la parte che più mi attrae… e fra qualche giorno sarò là. E sono Carico.