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Sperando di trovare più tranquillità e meno caos decidiamo di prendere il treno per Nasik, una città a 170 chilometri da Mumbai.
Dopo sei ore di spostamento andate meglio del previsto in quanto il vagone non è così affollato come temevamo e il viaggio è arricchito dai venditori che passano urlando “samosa” (un impasto fritto ripieno di spezie e verdure a volontà) e “chai, chai, chai” (un té indiano speziato) arriviamo alla cittadina.
Le dimensioni della città e delle strade sono minori rispetto alla capitale della regione del Maharashtra ma apparentemente non lo è il numero di persone e macchine, trovandoci quindi in un posto ben diverso da quello che ci aspettiamo.
Anche l’ostello in cui ci fermiamo non è proprio dei migliori: nel bagno il pavimento, le pareti, il lavandino e il gabinetto tendono tutti al nero e i materassi dei letti sono pressochè delle tavole di legno.

Donne indiane nei pressi del fiume Godavari

Donne indiane nei pressi del fiume Godavari


Facendo due passi per la città, non così bella in quanto gli edifici appaiono più vecchi e meno caratteristici rispetto a Mumbai, giungiamo nei pressi del fiume Godavari, le cui acque vengono considerate sacre.
La spiritualità per gli Indiani è molto importante e in questo fiume il flusso di persone è sempre costante; c’è chi accende incensi, chi si bagna la testa e chi si immerge completamente.
Nel giro di cento metri un gruppo di bambini gioca con dei rudimentali aquiloni, delle donne lavano i vestiti, una mucca si abbevera in tutta tranquillità, qualcuno si lava i denti e un paio di santoni fumano fissando l’acqua.
Il mercato che fiancheggia il fiume è un insieme di colori ed odori che combattono e si fondono allo stesso tempo.
Coloratissime spezie nel mercato di Nasik

Coloratissime spezie nel mercato di Nasik

La notte ci troviamo di fronte a una difficile scelta: aprire la finestra facendo così entrare una piacevole brezza fresca e una spiacevole ondata di zanzare o lasciare chiuso e sopportare la cappa di calore della stanza?
La scelta ricade sull’opzione B e come previsto trascorriamo una notte insonne; la mattina, belli come sempre tranne le vistose occhiaie, decidiamo di rinfilare la nostra cabina armadio negli zaini e di prendere un treno alla volta di Aurangabad.

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Uscendo da Bangkok molti posti sembrerebbero surrealmente calmi, ma a Sangkhlaburi la quiete è realmente reale.
Un piccolo villaggetto vicino al confine col Myanmar, anch’esso parte di uno di quei tanti posti che ho incontrato dove pare che la gente non debba fare nulla se non rilassarsi.
Passeggiando, le persone con cui incrocio lo sguardo mi sorridono. Non quei sorrisi stampati, i cosidetti “fixed smiles”.
Son sorrisi spontanei per il piacere di sorridere.
Lungo la via un gruppo di bambine gioca con l’hula hoop.
Poco più in là qualche ragazzo gioca a una sorta di pallavolo acrobatico con piedi e testa. C’è anche uno straniero tra loro: due giorni dopo mi darà un passaggio in motorino, raccontandomi che stava viaggiando ma si è innamorato del posto e ha deciso di fermarsi per sei mesi.
Proseguendo la lenta esplorazione arrivo al fiume, vicino al quale dei bambini corrono qua e là, senza apparenti mete; la madre poco più in là dorme tranquilla sotto all’ombra di un banano.
In lontananza si vede un ponte, il più lungo in legno della Thailandia.
Cerco di individuare qualche ragazzo che si sta tuffando, ma niente. La calma pare regnare sovrana ovunque.
Abbandonarsi felicemente ad essa è l’unica, pacifica, soluzione.